Search Marketing Map 2015

Overdrive Interactive ha pubblicato l’aggiornamento 2015 della sua Search Marketing Map.

E’ un’infografica che presenta un ampio insieme di strumenti di search marketing, divisi per tipologia: motori di ricerca generici e specifici (video, immagini, news, social media, viaggi…), app, plugin per cms, strumenti seo e strumenti per le parole chiave (come wordtracker e altri), estensioni per i browser… insomma un panorama molto ampio e articolato.

Non significa, naturalmente, che occorra usare tutti questi strumenti: però l’infografica è una fonte molto utile e compatta, una specie di cruscotto, per scoprire nuovi strumenti che non si conoscevano o per ri-scoprirne altri; per accedere rapidamente ai vari tool online quando servono.

search marketing map di Overdrive

L’infografica è scaricabile gratuitamente dalla pagina http://www.ovrdrv.com/search-map/ previa registrazione gratuita. Il pdf che si scarica contiene link funzionanti ai siti e agli strumenti presentati.

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Search marketing map 2014

Dopo la social media map, di recente Overdrive ha pubblicato la search marketing map 2014, una sorta di infografica che raccoglie siti e strumenti di search marketing: dalla ricerca di news alle mappe, dalle web anayltics al tracking, dagli strumenti per le keyword agli strumenti di ricerca di immagini e video.

Alcuni strumenti sono molto noti, altri invece meno (ad esempio non conoscevo übersuggest, proximic, raven e altri…): in ogni caso è interessante da leggere come quadro di riepilogo e (come già analogamente per la social media map) per capire quanto articolato e complesso sia questo settore.

Search Marketing Map

L’infografica in pdf con link funzionanti a tutti i siti e agli strumenti citati, è scaricabile gratuitamente da http://www.ovrdrv.com/search-map

 

Potere della rete e demagogia digitale

Interessantissimo articolo oggi (17 giugno 2012) di Serena Danna, sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera, dal titolo “Demagogia digitale“.

Ne riporto alcuni pezzi che mi hanno particolarmente colpito e fatto riflettere:

[…]L’idea di una democrazia digitale capace di liberare gli uomini dalle catene del potere è il trend topic degli ultimi anni […] Salvo poi scoprire che in Egitto solo il 10% della popolazione usa Facebook: percentuale che scende al 6% in Siria e al 3,74% in Libia[…]

[…]il web — più che dare potere ai cittadini — lo ha consegnato nelle mani delle tecno-élite: «Giornalisti, accademici impegnati, premi Nobel, giovani attivisti politici locali: loro — “i pochi” — rappresentano la porta di entrata per “i molti”, che non hanno gli incentivi, le risorse culturali o la volontà di informarsi quotidianamente[…]

Certo, è normale che ci siano persone più appassionate di una cosa (e quindi più attive) e altre meno: dallo sport alla politica, dal giardinaggio alla cucina, a Internet.
Ma come è già stato detto da molti più volte, il web allora è teoricamente in grado di dare (o ri-dare) il potere e la voce ai cittadini, ma non è detto che questo poi accada realmente. Anzi, per lo più non è così: emerge una tecno-élite (come la definisce l’articolo), non la società intera.

[…]Vaccari, che ha appena pubblicato il volume Politica online, mette in luce un altro aspetto controverso della e-democracy: l’informazione. Internet è sì una sorgente sterminata a cui tutti possono accedere, ma quanti utenti lo usano davvero per cercare notizie e approfondimenti riguardanti la politica? «Durante la campagna elettorale i cittadini italiani che hanno dichiarato di aver cercato informazioni politiche sono il 16%. Dopo di noi, solo la Spagna. Al primo posto ci sono gli Stati Uniti, con il 45%».[…]

Ecco, il 16%. Non la totalità degli elettori e nemmeno la maggioranza: meno di 1 su 6!
Rimanendo a parlare di politica:

[…]Una ricerca a cura di Sara Bentivegna mostra che in Italia i parlamentari presenti online hanno come obiettivo principale la self promotion: su Facebook il 22,5% dei politici non ha mai postato sulla propria bacheca, il 28,7% non ha ricevuto commenti e — dato più grave — il 60% non ha mai risposto ai commenti. Rispondere, commentare, interagire sono i primi passi per rendere il rapporto con i cittadini davvero democratico. […]

Oggesù, davvero? Cioè nemmeno rispondere ai commenti? A parte una questione di (buona) educazione, dove sta la democrazia digitale?
E poi questa ottima riflessione:

[…]Chiosa Carlo Blengino, avvocato che si occupa di diritti e doveri online: «Un errore che fanno in molti è usare il web come megafono delle proprie idee e confonderlo con la democrazia diretta».[…]

E ancora, dallo stesso articolo:

[…]Chi crede che la democrazia digitale sia la soluzione a tutti i mali della politica trascura un aspetto fondamentale: i veri assenti nel dibattito politico online sono i moderati. Usano poco e male la rete, a differenza dei cittadini con idee più “radicali”, che trovano su Internet uno spazio per incontrarsi e organizzarsi.[…]

Non è forse così? Spesso le discussioni più affollate, i trend topic più seguiti e usati, non sono quelli dove si urla di più, ci sono le posizioni più estremiste (in positivo e in negativo), si litiga?
E quindi, specularmente, per emergere nel rumore della rete, occorre urlare, usare toni forti? …Quanto meno prendersela con qualcuno o qualcosa?

E però… come si fa ad attivare i moderati? Cosa manca? Cosa serve? …Oppure, filosoficamente, per loro stessa natura, i moderati non saranno mai veramente attivi e protagonisti in rete?

Ed infine:

[…]Certo, uno dei più grandi progetti di politica partecipativa di Obama — il portale aperto ai cittadini di petizioni online «We the People» — ha raccolto in 3 anni solo 36 petizioni e la più votata può contare su 101 mila voti. Vaccari lo spiega così: «La maggior parte degli elettori non ha e non vuole avere un’opinione su tutto: se chiediamo agli italiani cosa pensano del ddl sulla corruzione, quasi nessuno saprà risponderci. Seguire le dinamiche di governo non è come esprimersi sui diritti umani. I cittadini non hanno risorse né di tempo né cognitive per occuparsi delle politiche pubbliche, per questo delegano a esperti. Da questo punto di vista, Internet non ha cambiato nulla».[…]

Internet non ha cambiato nulla. Mi ha colpito questa conclusione.
Riportiamo Internet ad essere un mezzo: un mezzo potente, con potenzialità enormi, ma che da solo non cambia la società, la cultura, il pensiero, la democrazia e il suo esercizio.

…Oddio, come sono negativo oggi!?…

Come scegliere un hotel via internet

Image: digitalart / FreeDigitalPhotos.netSempre più spesso come turisti/viaggiatori ci informano sugli hotel (e magari prenotano) via Internet.

Ma è facile farlo? Di chi fidarsi? Dove trovare informazioni e valutazioni utili e di cui ci si possa fidare? E poi… mi fido a pagare con carta di credito online?

Il discorso naturalmente è complesso e su ciascuna domanda ci si potrebbe soffermare parecchio.

Per il momento vorrei intanto descrivere come procedo io quando cerco un hotel.
Premetto che personalmente sono un po’ (molto?) pignolo con gli hotel: mi piace cercare con attenzione, a costo di metterci del tempo… perché se poi l’hotel è sbagliato mi rovina la vacanza o il viaggio… mi urta proprio!  😉

Secondo me, i passi, essenzialmente, sono quattro:
– trovare gli hotel “papabili”
– verificare la qualità dell’hotel
– trovare l’offerta economica migliore (ossia il prezzo più basso)
– effettuare la prenotazione

Il primo punto, trovare i possibili hotel, è la parte più semplice: già una ricerca in google (hotel + nome della città o della regione dove intendo andare) mi da’ un elenco di hotel e strutture alberghiere… ma di solito uso uno dei tanti siti dedicati al booking (al momento comunque sto solo ancora cercando i possibili hotel – non sto ancora prenotando): personalmente mi trovo molto bene con alpharooms.com, ma uso anche hotelclub.com o booking.com (e ce ne sono molti altri: expedia.it, edreams.it, hotels.com etc….)

Questa prima ricerca mi da’, come detto, un elenco di possibili hotel nella località che mi interessano: naturalmente li filtrerò per fascia di prezzo, o altre caratteristiche (presenza di parcheggio, comodità ai mezzi pubblici, vicinanza al mare, piscina, etc etc…) in modo da individuare quelli che rispondono meglio alle mie esigenze.

Dopodiché, come passo successivo, vado a verificare gli hotel così individuati in tripadvisor.it: so che ci sono opinioni contrastanti sulla validità e efficacia di questi servizi, ne avevo già parlato in quest’altro post: Le recensioni online di hotel e simili servono? e di recente è apparso un articolo piuttosto preoccupante sulla veridicità di tali commenti (per quanto mi riguarda, le recensioni che inserisco io sono veritiere e frutto di reale esperienza!).
Personalmente mi fido e, come dire…., non scelgo mai un hotel che abbia cattive valutazioni in tripadvisor.it.
Certo ci vuole un po’ di attenzione: che le valutazioni presenti per quell’hotel non siano solo molto vecchie, se ci sono solo una o due valutazioni il risultato non è molto significativo… Inoltre anche siti come booking.com, hotelclub.com chiedono, a coloro che prenotano tramite loro, una valutazione delle strutture, per cui anche là è possibile trovare recensioni che vado ad aggiungere, a mettere insieme a quelle presenti in tripadvisor, per ricavarne un quadro complessivo.
Per me comunque il riferimento rimane tripadvisor.

A questo punto dunque avrò degli hotel che rispondono alle mie esigenze (passo 1) e che hanno ricevuto delle buone recensioni da altri turisti (passo 2).

Rimane da trovare la tariffa migliore per quegli hotel.
Ritorno quindi ai siti di prenotazione (alpharooms, booking, etc…), ma io verifico anche sempre sul sito dell’hotel e/o della catena dell’hotel (i vari Accor, Bestwestern, SolMelia, NH, etc…): molte volte l’offerta migliore è lì, soprattutto se si partecipa ai programmi fedeltà delle catene.
Utile per confrontare i vari siti di prenotazione (ma non i siti propri degli hotel né le catene) è Hotelscomparison (http://www.hotelscomparison.com/), in inglese e molto semplice da usare.

Nel determinare la tariffa migliore, bisogna fare molta attenzione a cosa è compreso nel prezzo: sarà anche banale da dire, ma molto spesso gli slogan in prima pagina tipo “a partire da 35 euro” in realtà fanno riferimento al solo pernottamento e non includono, ad esempio, la colazione oppure le tasse locali… Insomma, occorre essere sicuri che si stiano confrontando prezzi riferiti davvero “allo stesso tipo di servizio”…

Infine, la prenotazione: per quanto mi riguarda, non ho mai avuto problemi né con siti di prenotazione (ripeto, quanto meno ho già usato più volte alpharooms.com, booking.com, hotelclub.com e expedia.it) né pagando direttamente sul sito dell’hotel/catena. E questo sia per quanto riguarda la gestione del pagamento (ossia… non mi hanno mai fregato i soldi 😉 ), sia per quanto riguarda la prenotazione all’hotel in sè (ossia ho sempre trovato la mia prenotazione all’arrivo, tutto in ordine).
Naturalmente anche qui un po’ di attenzione non guasta: ad esempio rispetto alla sicurezza della pagina (inizia con https?), al sito su cui stiamo pagando (siamo ancora nel sito dell’hotel/catena/booking o siamo stati trasferiti ad un altro sito?), eccetera.

Detta così, il processo di ricerca di un hotel sembra lungo e complesso… In effetti richiede tempo, non dico di no, ma a me ha sempre garantito il risultato: in tanti anni che uso Internet per le mie prenotazioni di vacanze e viaggi sono sempre stato soddisfatto degli hotel in cui ho soggiornato, e anzi mi sono anche permesso un soggiorno in un hotel 5 stelle a Creta in agosto, per il quale sono riuscito a trovare una tariffa scontatissima scavando e riscavando in rete, e ne è valsa assolutamente la pena. 🙂

E voi? Prenotate in rete? Vi fidate? Che siti usate?

Verso un nuovo modo di usare Internet?

Prendo spunto da un articolo (The Web Is Dead. Long Live the Internet) di By Chris Anderson e Michael Wolff su Wired, che a loro volta partono da un’analisi di Andrew Odlyzko su dati Cisco (ci siamo già persi con tutti questi passaggi ? 😎 ): un articolo che dà un sacco di spunti di riflessione. Ne seguo uno.

Traffico Internet per tipologia in percentuale

Traffico Internet per tipologia in percentuale (tratto da wired.com)

I dati Cisco riportati qui sopra illustrano il traffico Internet negli Stati Uniti per tipologia di contenuto: anzitutto, come nota di colore, notiamo come strumenti che negli anni 90 (per noi che già usavamo Internet…) erano il cuore del Web siano praticamente spariti: Telnet, newsgroup… ma anche il FTP!
Ma il dato più interessante, che colpisce di più, è che oggi (anzi ormai da qualche anno) è in netta flessione il traffico Internet generato dalle pagine web, a tutto vantaggio invece del traffico video (anche il peer-to-peer viene dato in calo, forse anche per le lotte all’illegalità?).

Ohibò! Le pagine web, la base fondante del Web, quasi un sinonimo di Internet, non ne sono più il cuore?
E qui arriva l’interessante analisi di Anderson. Riporto direttamente dall’articolo:

“Over the past few years, one of the most important shifts in the digital world has been the move from the wide-open Web to semiclosed platforms that use the Internet for transport but not the browser for display”. It’s driven primarily by the rise of the iPhone model of mobile computing […], one where HTML doesn’t rule. And it’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen).

Prescindendo un attimo dal “semiclosed platforms” (che pure è un gran bel tema, approfondito peraltro nello scambio di interventi con Tim O’Reilly e John Battelle che segue lo stesso articolo), mi ha colpito invece il cambiamento dell’utilizzo di Internet: da “browsing-based” a “application-based“, sul fatto di utilizzare Internet come “mezzo di trasporto” ma non il browser…
Ed in effetti il fenomeno del momento sono appunto le cosiddette “app” che da smartphone, iPad e simili consentono di fare ormai “la-qualunque-cosa” online ma senza usare appunto un browser. E pensare che fino a poco tempo fa si pensava invece che si stesse andando verso una situazione in cui tutte le applicazioni fossero accessibili da browser (pensiamo a applicazioni come GoogleDocs)… E’ un cambiamento notevole no? Arriveremo ad un punto in cui la navigazione via browser sarà residuale rispetto a quella da smartphone? Gosh!

Certo, il fatto che con le app e le piattaforme “proprietarie” i grandi attori del mercato ci guadagnino mentre con la semplice navigazione via browser no, aiuta decisamente a capire perché si vada in quella direzione (come sempre Anderson spiega nel prosieguo del suo articolo) !

Per completezza va detto che all’articolo e all’analisi sono state fatte diverse critiche: FTP e newsgroup non utilizzano http quindi non sono paragonabili… un singolo video occupa ovviamente più banda di una pagina… non conta il traffico in bytes ma il tempo speso dall’utente in ciascuna attività, ecc…

Rimane l’interessante analisi sul cambiamento della fruizione del Web e sul ruolo sempre più importante degli smartphone (e simili) nell’accesso al Web.